img-fluid Febbraio 16, 2026 img-fluid Generale

Perché la riduzione della biodiversità deve farci perdere il sonno?

Quando funziona non si vede. Quando manca, cambia tutto.

Ero piccola e mio nonno, che aveva fatto per molto tempo il pastore, iniziò a portarmi in Natura. Facevamo insieme molte passeggiate. Era il modo di portarmi nel suo mondo, in quel mondo di quando lui era bambino e poi giovane, dove aveva passato buona parte della sua vita: il pastore transumante. Amava farmi notare tante piccole cose, piante, insetti, funghi, fiori che io non avrei assolutamente visto senza il suo aiuto. Giorno dopo giorno prendevo più familiarità con i prati, il bosco e i suoi abitanti. Un giorno mio nonno prese un coltello e si piegò su una pianta spinosa senza gambo. Quando si rialzò aveva in mano una parte bianca della pianta che mi fece assaggiare. All’inizio ero un po’ perplessa e l’idea di assaggiare quella “strana cosa” non mi entusiasmava ma non volevo offenderlo e accettai. Era buonissima. Sapeva di carciofo e, mentre la mangiavamo mi raccontò che da piccolo quando andava con i pastori la mangiavano sempre: era la carlina acaulis, un cardo senza gambo. Oggi non è più come allora: in diverse aree la carlina acaulis è una specie tutelata e la raccolta è limitata, anche per via di prelievi eccessivi.  

Mi piace pensare che lui, proprio mio nonno, abbia tirato fuori la mia grande passione per la Natura; quella che mi accompagna da tutta la vita: privata e lavorativa. Ho la fortuna di lavorare per un’Area Protetta storica del nostro Paese. 

Negli anni ho avuto modo, grazie al mio lavoro, di riflettere molto sul concetto di biodiversità. Una parola che non dice molto appena la si pronuncia perché non è in grado di farci vedere immediatamente qualcosa di concreto. Se diciamo albero, immaginiamo un albero, se diciamo ape, immaginiamo subito un’ape, perché di queste parole abbiamo un’idea concreta e reale. Non avviene la stessa cosa se diciamo biodiversità, perché non ci viene in mente nulla di reale e concreto.

In realtà, la biodiversità è molto concreta e ci avvolge, ma spesso non siamo in grado di rendercene conto. C’è qualcosa che ci ostacola: un piccolo “deficit percettivo” quando ci muoviamo in Natura. Posiamo lo sguardo soprattutto su ciò che conosciamo, e tutto quello che non riconosciamo tende a restare sullo sfondo, quasi invisibile. Non per cattiva volontà: è anche un modo con cui la mente filtra il sovraccarico di informazioni che ci circonda. Ma il risultato è che la nostra visione del mondo è parziale, e con essa lo è anche il concetto di biodiversità. È in questo contesto che diventa difficile comprenderne davvero l’importanza, nella sua accezione più ampia. E così la perdita può avanzare in silenzio: tra ciò che passa sotto i riflettori e ciò che conosciamo personalmente, mentre tante piccole scomparse avvengono senza che ce ne accorgiamo. Capire perché non vediamo, però, non significa giustificare ciò che facciamo. Significa, semmai, riconoscere che oggi abbiamo abbastanza conoscenze per scegliere diversamente e che l’ignoranza percettiva non può diventare un alibi.

La biodiversità è tutt’altro che astratta.

È la varietà della vita — specie diverse, ambienti e habitat diversi — ma soprattutto è l’insieme delle relazioni che tengono tutto in piedi. Impollinazione, fertilità del suolo, decomposizione della sostanza organica, cicli dell’acqua, equilibrio tra predatori e prede: lavori silenziosi che avvengono ogni giorno, senza clamore, e che ci permettono di vivere come se fosse tutto “normale”.

Il problema è proprio questo: quando funziona, la biodiversità sembra invisibile. Ma è come l’aria: non ci pensi finché non manca.

Purtroppo, quando manca ce ne accorgiamo in modi molto concreti. Nel cibo, ad esempio. Non dipendiamo solo dall’ape “dell’arnia”: oltre all’ape domestica esiste una grande varietà di impollinatori selvatici, spesso solitari, che in molti contesti contribuiscono in modo decisivo. Nidificano nel terreno, negli steli cavi, nel legno. Se non trovano fioriture distribuite nel tempo, se il suolo è troppo compattato, quella presenza discreta tende a ridursi. E con essa può diminuire un servizio essenziale: l’impollinazione. Non è un dettaglio romantico: può significare rese più basse, frutti più piccoli o irregolari, meno semi, e alla lunga meno varietà nei campi e sulle nostre tavole.

Poi c’è l’acqua. Boschi, prati stabili, zone umide non sono solo “bei paesaggi”: sono anche spugne e filtri naturali. Trattengono l’acqua, rallentano la corsa delle piogge, soprattutto quelle intense, riducono l’erosione, aiutano a mantenere più puliti i corsi d’acqua. Quando trasformiamo il territorio e semplifichiamo questi sistemi, spesso rimane un paesaggio più fragile: aumenta la probabilità che le piogge forti scorrano via più in fretta, con effetti imprevisti e difficili da gestire.

E ancora, la salute. Anche qui la biodiversità entra in silenzio: negli equilibri ecologici che possono limitare alcune proliferazioni eccessive di parassiti e patogeni, e persino in quella parte invisibile di vita che ci accompagna sempre, i microbi con cui conviviamo. La Natura non è soltanto “fuori”: ci attraversa, letteralmente ci compone. E ambienti più ricchi e vari possono offrirci contatti, stimoli, diversità che, secondo molte ricerche — sono associati a effetti sul benessere e sul modo in cui stiamo nel mondo.

Alla fine, la biodiversità è anche una “questione di casa”. Perché un paesaggio non è soltanto un’immagine: è memoria, cultura, senso di appartenenza, linguaggio. Quando lo impoveriamo, perdiamo parole e con loro identità.

E allora la domanda diventa inevitabile: che cosa possiamo fare, noi, nella vita quotidiana, per accorgerci davvero di quanto questa rete invisibile condizioni tutto?

Forse la prima risposta non è “salvare”, ma “vedere per scoprire e conoscere. Allenare lo sguardo. Fermarsi un minuto in un prato, anche piccolo, e provare a contare quante forme di foglie ci sono, quante sfumature, quanti insetti diversi. La prima volta sembrerà nulla. Poi, improvvisamente, comincerà ad apparire un mondo, quello che ci supporta anche se viviamo in città, e il nesso non è immediatamente comprensibile. Quando abbiamo aperto gli occhi, dovrebbe essere più facile fare scelte più consapevoli e responsabili.

Potremmo provare, per esempio, a fare attenzione quando compriamo. Porsi una domanda semplice: “da dove viene e come è stato prodotto?”. Perché spesso la perdita di biodiversità non è un evento improvviso: è la somma di scelte (sbagliate), di semplificazioni, di scarsa attenzione. Sostenere filiere più rispettose del territorio significa premiare un modo diverso di stare al mondo.

E infine, frequentare un’Area Protetta non solo come fuga, ma come scuola, come laboratorio a cielo aperto, unico. Perché quando qualcuno ti fa vivere un’esperienza a contatto con la Natura e svela ai tuoi occhi una pianta o un insetto o un uccello, quella “cosa” inizia davvero a esistere anche per te. La biodiversità non grida, non sgomita: bisogna imparare ad osservarla e a sentirla vibrare dentro di noi, come un viaggio verso le nostre origini.

Se la biodiversità fosse solo una parola, potremmo tornare a dormire tranquilli. Ma la biodiversità non è una parola: è il sistema che rende abitabile il nostro quotidiano. È il motivo per cui un prato non è solo “verde”, per cui un bosco non è solo “alberi”, per cui l’acqua non è solo “acqua”. E forse è proprio questo che deve farci perdere il sonno: non perché ci debba spaventare, ma perché ci chiede di svegliarci.

Di smettere di vedere la Natura come un luogo “fuori” da noi, e iniziare a riconoscerla come la trama stessa della nostra vita.

Quando ripenso a mio nonno e a quella carlina acaulis dal sapore di carciofo, mi accorgo che mi stava insegnando una cosa enorme con un gesto minuscolo: piegarsi, guardare da vicino, assaggiare, ascoltare una storia, incuriosirsi e sentirsi “parte del tutto”.

La scoperta della biodiversità, forse, comincia anche così. Con qualcuno che ti dice: “Fermati. Guarda meglio. E non cercare solo quello che già conosci: ti si aprirà un mondo, il tuo. E lì, finalmente, ti riconoscerai parte della biodiversità”.

Daniela D’Amico

Per approfondire con fonti autorevoli: il riassunto del Global Assessment di IPBES sulla biodiversità e i servizi ecosistemici, e l’overview dell’Agenzia Europea dell’Ambiente sullo stato della biodiversità in Europa

Daniela D'Amico

Nessuna descrizione disponibile.

Ultimi articoli

Aprile 24, 2026
Il servizio civile nei Parchi
Aprile 22, 2026
Inaugurata la sezione territoriale del Matese
Aprile 22, 2026
Corso per Operatore Aree Protette

Categorie

Tag